Sei racconti milanesi raccoglie sei testi ambientati a Milano, ciascuno dei quali esplora uno spaccato diverso della città contemporanea. I protagonisti provengono da mondi eterogenei: dalla periferia all’ambiente della moda, dall’immigrazione invisibile ai vecchi rivoluzionari usciti di prigione. La dimensione urbana si intreccia con le loro tensioni intime, le scelte morali, le contraddizioni sociali. In alcuni racconti il realismo cede il passo alla surrealtà, al mito, nel tentativo di raccontare anche ciò che nella Milano di oggi resta opaco, nascosto, spesso invisibile. Si tratta di un estratto da una raccolta più ampia, tuttora in lavorazione, interamente ambientata a Milano. L’intento è costruire, attraverso registri e prospettive differenti, un mosaico narrativo che restituisca una visione sfaccettata della città e dei suoi abitanti. Lo stile è diretto, attento al dettaglio, e cerca di aderire ai personaggi nel loro modo di percepire e raccontare il mondo.
Il Direttore della comunicazione
Appena sveglio, volle sentire sotto le dita il raso delle lenzuola viola. Si concesse qualche secondo di raffinata sensualità, godendo di quella carezza.
Poi si sedette sul letto. Fu soddisfatto della crema emolliente con cui si era massaggiato i talloni la sera prima: la pelle era lucente, morbida, senza più traccia di screpolature.
Si alzò e raggiunse la cucina, dove preparò la colazione: delicatamente rustica.
Una buona scenografia è indispensabile per sostenere il peso dell’intera giornata.
Sul tavolo bianco, una tovaglietta di lino beige. Un piatto marocchino rosso, leggermente irregolare, e una tazza in ceramica bianca, bordata dello stesso carminio. Un bicchiere di vetro ampio, forse troppo, in verità mai davvero amato.
Una fetta di torta di mele di Stefanelli, una fetta di pane al porridge di miglio di Tone, un bicchiere di latte di soia freddo. Caffè filtro, una tazza bollente di Jamaica Blue Mountain.
Poi lavò i denti e passò il viso allo specchio.
Incerto qua e là su qualche linea forse troppo marcata, o su un inavvertito inestetismo che corresse subito con una crema a base di retinolo.
Sospirò.
Ahimè, i bei tempi dell’acido ialuronico erano ormai passati.
Poi avvolse il suo corpo nell’abito blu di Fiorillo, camicia bianca a collo mezzo e cravatta di seta tramata, blu e azzurra, di Ulturale.
Le scarpe, alla fine, come sempre, solo Santoni.
Infine, una nuvola breve di Haltane lo accolse fra gli Dei che scendono tra gli uomini.
Afferrò le chiavi con la sinistra, mentre con la destra aprì la porta, sgusciando fuori all’improvviso, come il tuorlo da un uovo rotto.
In passato aveva notato che serrare la porta accompagnandola poteva far nascere il rovello di non averla chiusa correttamente, il sospetto che si fosse solo accostata.
Fu un esercizio severo addomesticare quei pensieri.
Sapevano ribollire e scalciare. Terribile.
Ma un giorno comprese che facendola appena sbattere, con delicatezza, senza eccessi, quel suono calmo, eppur deciso, avrebbe detto la parola fine alla questione della serratura: aperta o chiusa.
Era, in effetti, un rumore assertivo. Chiaro. Non fraintendibile.
Chiuse a due mandate.
Si propose all’ascensore, ma cedette, come ogni giorno feriale, al richiamo.
Al sogno di essere inghiottito dalla tromba delle scale.
Alcuni giorni era cadere da una barca in un gorgo.
Altri, essere gettato da un aereo.
Altri ancora, essere rapito da un ciclone.
Abitava in quell’appartamento da ormai dieci anni. Molto diverso dalla vecchia casa che, ogni volta in cui desiderava colmarsi di sé, ricordava con nostalgia.
Dall’affitto era passato alla proprietà, seppur gravata da un debito ampiamente rifondabile.
Era, giustamente, ben pagato.
All’epoca gli parve doveroso non sprecare altro denaro in un canone, ma darsi, piuttosto, una veste immobile degna del suo nuovo censo.
Lo stabile aveva qualità non comuni a Milano, tra cui il grande portone di vetro da cui, ogni mattina, prima di uscire, osservava per qualche secondo lo scorrere del mondo.
Al CEO di un’azienda cliente aveva descritto il palazzo come un frutto che, da un ramo, sporge oltre la recinzione: appena fuori dal centro storico, ma sua emanazione diretta.
A pochi centimetri dal vetro osservò gli olmi della preferenziale.
Ripensò al paragone che aveva fatto per gli alberi di Viale Jenner: filari di vecchi tossici che chiedono l’elemosina sul marciapiede.
Poi abbassò lo sguardo, e come ogni mattina si concentrò sulle prime tre auto di passaggio.
Silver metallizzato. Notò ancora una volta una certa convergenza nel design: una mancanza di fantasia, forse, o di coraggio. E il gusto della massa per quel particolare colore.
Premette l’invertebrato pulsante sul muro. Un suono usurato e sordo, e la grande maniglia scattò.
Attraversare quel portone significava uscire da casa. Andare oltre ciò che è suo. Oltre ciò che dipende da lui e solo da lui.
Tornare nel luogo di tutti, dove il disordine si rigira e si mescola, rendendo il mondo impermeabile al buon gusto, all’ordine, alla perfezione.
Qualcosa punse nel suo animo.
Come un respiro. Ma più pesante.
E se ne andò subito, lasciandogli però il cuore vuoto.
Senza perché. Come disidratato.
Pensò di cambiare: quella mattina, invece di voltare a sinistra verso la fermata dei taxi, avrebbe girato a destra.
Avrebbe fatto due passi. Forse sarebbe andato in ufficio a piedi. Trentacinque, forse quaranta minuti.
L’aria era fresca, il cielo terso, un poco di vento.
Attraversare il disordine. Infrangersi nell’indeterminato. Nell’indeterminabile.
Ascoltò il cuore. Ancora asciutto. Forse salato.
Respirò. Strinse i pugni. Ma si accorse di farlo senza forza.
E si sorprese: nelle mani riconobbe lo stesso peso che, poco prima, aveva sentito sul petto.
Era una cosa, forse, naturale. Anche se naturale è parola che giudicava abusata, svenduta dalla cattiva pubblicità. Un calo di zuccheri? Il principio di un’influenza?
Fece un passo. In effetti stava bene. Un altro passo.
E una strana serenità si fece largo, lentamente. Con ritmo blando e appena udibile, eppure preciso.
Ad ogni metro, sentì gli occhi aprirsi. L’udito pronto, capace di cogliere ogni piccolo dettaglio sonoro.
Pensò alla parola libertà.
Alla libertà scaturita da un respiro, da un passo. Da uno sguardo gettato più in là.
E se il disordine non fosse altro che un gioco perfetto, impossibile da decifrare?
Un meccanismo da orologiaio, così grande da non poter nemmeno contare i denti delle corone, il numero delle molle, delle ruote?
Gli apparve la parola indipendenza.
E poi: obbligo, perfezione, colpa.
Colpa.
Solo pronunciando quel lemma disgraziato sentì bruciare il retro delle orbite.
Cos’era?
Decise di sentirsi più forte di quell’assemblaggio di lettere. Più forte della loro pronuncia.
Si percepì intero. Indiviso.
Superiore.
Arrivò al semaforo che il taxi, ogni sera, trovava rosso.
Era certo che i mendicanti alla guida rallentassero apposta.
La statistica non mente. I tassisti sì, sempre.
Non si stupì, quindi, di trovarlo verde per le auto.
Quel colore ebbe il sapore caramellato dell’autocompiacimento.
Fermo, fissò l’omino rosso del semaforo pedonale.
Uomini rossi e uomini verdi. Sarebbe stato utile e divertente rifletterci. Magari per proporre qualcosa di banalmente efficace ai clienti più stupidi, più grezzi e ignoranti che, allo studio, arrivavano in ginocchio, chiedendo oracoli e auguri.
La mente andò al peggiore. Al cliente che più lo disgustava. Al sudatissimo responsabile del consorzio ortofrutticolo di Milano.
Una specie di mostro, con la pelle color terriccio e strani vapori chimici e bestiali che salivano dalla sua testa pelata.
Per sopportare quel pensiero avvicinò i polsi al viso, e respirò un po’ del proprio profumo.
Mentre era ancora immerso in quello scandalo, un’anziana signora lo sfiorò sulla sinistra, scivolandogli davanti.
Vide bene quella schiena rotta, ossuta come di spine, che graffiavano la camicia nera da due soldi.
«Mi scusi» disse la vecchietta, sporgendo l’occhio e il mento indietro, senza staccare il bastone dal marciapiede.
Lui sorrise. Falso.
In quel sorriso educato e minimalista concentrò tutto il suo disprezzo.
La signora fece ancora un passo. Mezzo metro, per non disturbare oltre.
Fu allora che una grande auto, voltando all’improvviso, passò troppo a filo del marciapiede.
A grande velocità.
E la travolse.
La decapitò.
Il corpo, un sacchetto nero pieno d’ossa, fu scaraventato qualche metro più in là.
Ma il cranio, al contrario, per una strana legge fisica, rotolò all’indietro.
L’anziano volto — occhi spalancati sul nulla, bocca un poco divelta, come in un’ultima sorpresa — colpì la pietra dello scalino e rimbalzò, fermandosi ai piedi del direttore dello studio di comunicazione.
A pochi centimetri dalle sue Santoni.
Verde per i pedoni.
L’uomo si specchiò nelle pupille cieche della poveretta.
Un rivolo di sangue tentò le pregiate suole.
Qualcuno cominciò a gridare.
Una giovane donna svenne.
Il proprietario del fuoristrada, uscito in fretta, prese a vomitare.
Le scarpe fecero un passo indietro.
Poi si voltarono.
E corsero via.
E poi più veloce.
L’uomo corse. Corse, sentendo il sudore mischiarsi all’affanno.
Poi, all’improvviso, si fermò.
Immobilizzato da un grandioso pensiero.
“Sono stato risparmiato.
C’è un motivo.
Sono stato consapevolmente risparmiato.
Per ciò che sono.
Per quanto valgo.
C’è un disegno.
L’ho fatta passare. Non mi sono opposto”
In effetti, non le aveva detto niente.
Nemmeno quando lo urtò.
Quella era la prova ultima.
Avrebbe potuto fare un passo per proteggere la sua posizione al semaforo.
Come è giusto fare. Come, del resto, ha sempre fatto.
Ma quel giorno no. Non lo fece.
«Lo merito» disse. «Io lo merito.»
Pensò che, in fondo, la vecchia aveva pur vissuto.
E che per ridursi così, ossa puntute e torte sotto una veste da tre euro, comprata in un negozio di cinesi, non doveva averci tenuto poi molto alla sua vita.
Si ripromise, tuttavia, di non entrare nella questione di quanto una donna del genere potesse meritare, o meno, la vita. Era una questione di stile.
E, in ogni caso, un pensiero inutile. Fuori tempo.
Si calmò.
Un respiro profondo gli fu utile.
Controllò le suole. Erano pulite.
Controllò la camicia, la cravatta. La piega dei pantaloni.
Gli arrivò un richiamo di Haltane dal colletto, ormai rimodellato.
Deglutì. Si inumidì le labbra.
Lasciò andare le spalle verso terra.
Conquistò una postura sana e discreta.
Occhi all’orizzonte.
Poi alzò un dito al cielo.
E bloccò il primo taxi in attesa, nella lunga fila del posteggio.
Bestemmie
Lorenzo lasciò il furgone all’angolo, le quattro frecce accese.
“Lo Zen e l’arte dei parcheggi, non oggi,” pensò. “Texas Rangers del cazzo… multare chi lavora.”
Bestemmie.
Corse al portone di Alex. Si aggrappò al citofono. Insistette. Silenzio.
Era amico di Alex dai tempi del primo lavoro, appena terminato l’istituto tecnico. Era d’estate.
La prima di una lunga serie passata a montare e smontare tubi, a saldare e dissaldare bestemmie.
Grandi amici, anche se da quel luglio non lavorarono più insieme. Una birra ogni tanto, la Champions, qualche vacanza.
La fortuna fu trovare due donne che non protestassero troppo.
Non si può dire fossero amiche, troppo diverse.
Sonia, la compagna di Lorenzo, aveva le sue. E una cazzo di sorella. Un altro mondo.
Qualcosa cambiò quando fu chiaro che nessuna delle due avrebbe avuto figli.
Lorenzo e Sonia fecero la salita, e ne uscirono.
Ma Elisa perse il bambino al sesto mese. Fu un casino.
Le due donne parlarono molto e, in qualche modo, dopo un annetto tutto sembrò tornare alla normalità.
Quel pomeriggio, fumo nero avvolse le mani di Lorenzo.
Bestemmie. Il flessibile era andato.
Per questo aveva chiamato Alex: “Passa da casa, ne ho uno nuovo ancora imballato. Ci sarà Elisa.”
Dal citofono, silenzio.
Lorenzo prese il cellulare. Alex, squilli a vuoto.
Stava già tornando al furgone quando la voce di Elisa lo afferrò per il colletto.
Salì le scale due a due.
La porta era aperta. L’arnese era lì, all’ingresso, nella custodia nera.
“Elisa? Scusami, ma sono di corsa...”
Silenzio. Le serrande abbassate. Una manciata di sole tagliava l’appartamento.
Poi un rumore dal salotto.
Lorenzo si allungò. “Hey, tutto ok?”
Elisa era seduta con i gomiti puntati al tavolo, le mani nei capelli.
Il centro della terra sembrava invocare il suo volto abbandonato.
Tra i piedi nudi e torti il suono di una bottiglia di vodka dondolata contro un bicchiere.
“Devo andare…” disse Lorenzo.
“Vai?” chiese lei.
“Ho un casino in un appartamento qui vicino.”
Elisa lo guardò in silenzio.
Il vetro dei suoi occhi era appena uscito dalla fornace.
Lorenzo si avvicinò. “Che succede? Dov’è Alex?”
“Non mi importa,” disse lei. Poi, più piano: “Vuoi sederti un secondo? Vuoi bere qualcosa con me?”
Il lavoro da finire. Le quattro frecce.
Prese la sedia più vicina e si sedette sul bordo, pronto a scattare.
“Ti dispiace se usiamo un solo bicchiere? Non ho voglia di alzarmi.”
Lorenzo non rispose.
Se Alex avesse avuto un’altra, lui lo avrebbe saputo. Per forza.
O lei s’era incartata in qualche storia? Debiti?
Lorenzo le guardò i capelli sbandati sulle guance.
Ancora per il bambino?
Elisa bevve dal bicchiere a grandi sorsi, poi glielo porse.
Ma non avendo la forza di tenerlo fra le mani, lo fece atterrare sul tavolo, piano, come una mongolfiera sul prato. Poi si alzò. Avrebbe voluto essere più ferma sulle gambe. Ma si aggrappò al tavolo per non volare via.
Fece un passo verso Lorenzo. E gli fu addosso, sollevando il vestito bianco fin sopra la vita.
Sotto non indossava nulla.
Cercò di ricordare uno sguardo sexy, ma nel mare mosso dell’alcol si sentì goffa.
Ebbe di nuovo sedici anni. Ricordò la stoffa calda e pungente di quel divano.
Scacciò la paura di essere ridicola, e gli premette le labbra contro.
Le mani di Lorenzo, ruvide e sporche, si aggrapparono alla morbida carne della donna.
Non l’aveva mai pensato, nemmeno per sbaglio.
Lo avrebbe giurato: erano state le mani.
Si erano mosse da sole, senza permesso, senza un piano.
Era così diversa da Sonia, fissata con il fitness e le lezioni di Strength su YouTube.
Le mani dovevano avere un cervello tutto loro. E un’anima.
Scivolarono dentro, nel silenzio.
Dalla bocca di Elisa solo odore di alcol e frutta artificiale.
Lorenzo si alzò. Le posò le mani sulle spalle e la spinse giù, lentamente.
Dopo ci avrebbe pensato. Forse.
Avrebbe magari anche confessato.
O forse no.
Non era quello il momento di prendere una decisione.
Si slacciò il primo bottone.
Le prese la testa tra le mani.
Gli occhi di Elisa erano altrove. Lui si sentì sollevato.
In ginocchio, la donna gli si aggrappò ai jeans sporchi, ma subito appoggiò le mani a terra e si trascinò fino al divano.
Alzò il braccio sinistro. Il palmo aperto e tremante diceva: aspetta un minuto… ci sono.
Poi il suo stomaco sembrò voler restituire al mondo tutto il tempo già vissuto.
Lorenzo si riallacciò in fretta, indietreggiando verso la porta.
Afferrò la maniglia con le stesse dita che un attimo prima avevano indagato la moglie del suo migliore amico. Uscì sbattendo la porta.
Lasciò Elisa scuotersi come una bandiera nel temporale.
L’ascoltò sfarsi nella conchiglia delle scale.
Sul parabrezza sventolava una multa.
Lorenzo aprì lo sportello. “Il flessibile…” pensò.
Si guardò intorno.
Il vigile era a una decina di metri.
Lorenzo lo richiamò con un verso animalesco, e i suoi polmoni si sciolsero come due eserciti dopo una lunga guerra d’attrito.
Il vigile si voltò. Indicò l’incrocio e le strisce pedonali e, con educata superbia e ipocrisia, disse:
“Che potevo fare?”
“I cazzi tuoi, pezzo di merda!”
Poi salì sul furgone. Mise in moto.
Pensò a Sonia, al bar in centro dove lavorava.
Guardò l'ora. Il momento della grande folla era passato. Avrebbe potuto chiamarla.
Prese il telefono. Pensò a cosa dirle. Ma le sue dita cercarono il numero di Alex.
Accese la radio. Alzò il fruscio al massimo del volume.
“Chissà il cazzo…” pensò.
Si allungò verso il finestrino di destra. Guardò le serrande abbassate dell’appartamento di Alex. I vasi vuoti appesi alle inferriate del balcone. E partì.
La Belle Aurore
Alla Belle Aurore ci vado da sempre. A parte i dodici anni dentro, e quel periodo di semilibertà a Torino.
Alla Bella, così la chiamano tutti, trovi ancora i giornali. Di carta, giornali di carta. Anche la robaccia di destra. Segno dei tempi.
È l’ultimo posto a Milano. La birra è buona, ci si sta tranquilli. Prima ci venivo con gli amici, poi con i compagni. Ora da solo.
Mi piace starci da solo, dopo anni chiuso in celle puzzolenti, coi tossici o, quando andava bene, con altri compagni.
Ora ho un monolocale tutto mio. Quando vado alla Bella mi siedo fuori anche d’inverno. Se Fiore toglie i tavoli o accatasta le sedie, appoggio il culo sul gradino.
Bevo, leggo in pace. Mi sembra di essere ricco.
Quel pomeriggio stavo sfogliando il Corriere e Repubblica quando ho visto Matanno al bancone. Mi si è gelato il sangue.
Minchia se era invecchiato. Anch’io, certo. Ma lui… lui si portava addosso un’altra vita.
Non lo vedevo dal ’79. Lo avevano preso prima di me. Io sono finito dentro il 6 giugno dell’81. Banda armata.
Altri tempi. Tempi che oggi non si capiscono. Chi non c’era non potrà mai capire.
Un’azione ogni giorno. Una rapina. Un morto. Un gambizzato. A Milano il movimento era forte, i compagni avevano voglia di darsi da fare. E noi eravamo lì.
Dalla Breda alla Siemens, dalla Pirelli alla Statale.
Avevamo il dovere di guidare il movimento, la responsabilità.
“Prendiamo le armi e ci seguiranno. Dobbiamo averne il coraggio.”
Ma non ci hanno seguito.
Sono spariti tutti.
Forse non ci avrebbero seguito comunque.
Guarda come è finito tutto.
Cazzo ne so.
Oggi si lavora peggio di allora. Basta guardare i cantieri, dove gente senza nome cade, muore e sparisce in qualche fossato. O nei supermercati, nei magazzini delle spedizioni.
Cazzo, ci sono gli schiavi a prendere i pomodori.
E tutti zitti.
I padroni fanno e disfano ogni cosa a loro piacimento. Diritti, salari, tutto. E lo fanno in Parlamento, sui giornali, senza nemmeno più fingere.
E nessuno dice niente. Nessuno.
Non dico di sparare, ma cristo almeno protestate, fatevi sentire, battetevi.
Minchia Matanno…
Insieme avevamo fatto la banca di viale Argonne. E anche l’armeria in viale Certosa, dove il proprietario si prese una pallottola nel femore. Lo vedo ancora ogni tanto in televisione che zoppica. Ma vaffanculo. Dovevo mirare alla testa.
Quel giorno in macchina Matanno aveva tirato fuori dei panini. Quanto ho riso.
I suoi erano di Potenza, e pensavano che andasse in fabbrica. Sua madre gli faceva dei panini enormi, carne, salse, verdure.
Mato… lo chiamavamo così.
Guidava lui, ma non voleva rinunciare al panino. È entrato in armeria tutto unto, coi pantaloni macchiati. Una roba indecente.
Sua madre ha avuto un infarto quando l’hanno preso. Povera donna.
È stato Mato a pestare quel fascio che ora è in Parlamento. Coso… quello che aveva spaccato la testa a Calambroni, in Statale. Gli ha dato tante, ma tante botte. Tutto da solo.
Come si chiama… Maggi, l’onorevole Maggi. Quattro mesi d’ospedale a quella merda. E poi? Lo stipendio. La pensione. La carriera. Ha vinto alla lotteria.
Sapevo che Mato aveva fatto meno anni di me. Si era dissociato quasi subito ed era sparito.
Ma ci sta. Io non giudico, come fanno certi compagni. Per il proletariato, il suo lo aveva fatto.
Così mi sono alzato e sono andato al bancone.
“Mato? Sei proprio tu?”
Lui si gira, mi guarda, posa il bicchiere e fa: “Non ci credo.”
“Credici,” dico io.
Ci siamo abbracciati.
Era lì per un appuntamento, mi ha detto. Dopo il carcere si era trasferito oltre Pavia, in un paesino sul Po. Campagna. Una moglie, un lavoro tranquillo: piante, animali, roba da giardinaggio.
Stava bene. Lo vedevo. Stava bene, dai.
Non aveva più visto nessuno, e nemmeno ci teneva.
Basta con il passato, diceva.
Non capiva quelli che facevano libri coi giornalisti. Doveva fruttare bene, diceva, visto quanti compagni si erano messi a scrivere stronzate.
Per lui era finita. E voleva dire davvero finita.
Ero d’accordo.
Abbiamo parlato del reinserimento, dei casini con la famiglia. Suo fratello, che conoscevo, era morto da poco di Covid. Mi è dispiaciuto. Era uno tranquillo.
Sua moglie aveva un figlio, ci andava tutto sommato d’accordo.
“La vita l’abbiamo sprecata,” mi ha detto. “Ma non si può tornare indietro.”
Gli ho detto di no. Che non era sprecata. “Abbiamo sbagliato? Ma abbiamo lasciato un esempio. Una traccia. Qualcuno, un giorno, capirà.”
Non ha risposto. “Chi aspetti?” gli faccio.
“Un amico. Non lo conosci.”
E in quel momento entra un tizio. Non tanto alto, ben vestito, barba da prete, occhiali quadrati. Non mi piaceva.
Mato è sceso dallo sgabello e gli è andato incontro. Si sono salutati con due pacche sulle spalle. Mato gli ha anche detto qualcosa sottovoce, e il tizio mi ha guardato.
Mi sono presentato. “Valerio, piacere.”
Mato, nervoso tutti all’improvviso, si è messo subito in mezzo: “È un mio vecchio vicino di casa. L’ho ritrovato qui dopo tanti anni.” E poi, a me: “Devo andare. Mi ha fatto piacere rivederti. Stai bene.”
Era chiaro che non voleva dicessi cagate. Gli ho detto che gli lasciavo il mio numero. Che, se avesse voluto chiamarmi. Ma lui: “Ce l’ho da qualche parte” con le gambe girate verso l’uscita. “Appena ho un minuto ti richiamo.”
Lo sapevamo tutti e due che era una cazzata. Ma non gliel’ho fatta pesare. A volte con i vecchi compagni succede così. Certe persone le vedi solo come quelli con cui hai fatto le cose che ti hanno rovinato la vita. Non vuoi più sentirli nominare. Figurarsi chiamarli al telefono.
Ci sta.
Anche se mi è sembrato che il problema fosse quel coglione in giacca. Come se si vergognasse di me.
Che non pensasse che ancora ci frequentavamo! “Ok, ok” gli ho detto. “Stammi bene anche tu.”
Ho salutato anche il suo amico. E quello si è fatto avanti, e mi ha stretto la mano. “Gli amici di chi lavora con me sono miei amici” ha detto. “Noi sappiamo scegliere sempre le persone giuste.”
Poi, più forte, come per farsi sentire da tutto il locale:
“Vinceremo queste elezioni e manderemo a casa questo governo di schiavi dell’Europa e della finanza globale. Contro la sostituzione etnica ci troveranno in trincea! Contro la dittatura dell’Europa dei banchieri ci troveranno pronti!”. E mi ha infilato in mano una cartolina con la sua faccia di cazzo, e il nome del partito.
Sono rimasto zitto. Senza parole.
Era assurdo. Totalmente assurdo.
Mato e il tipo si sono voltati e in un attimo erano fuori dalla Bella. Li ho visti dirigersi verso un Cayenne nero in doppia fila su Castel Morrone. Il tipo gli ha lanciato le chiavi. Mato ha aperto l’auto. Le luci si sono accese tutte. Non lo so cosa mi è preso.
Sono uscito dalla Belle Aurore e sono andato verso l’auto. Non erano ancora saliti quando gli ho urlato: “Mato, eravamo rivoluzionari noi! I terroristi sono quelli lì! I nazi! Cosa ti è successo? Noi volevamo un mondo migliore!”
Non mi hanno risposto. Sono saliti sulla Porsche e se ne sono andati.
Me ne sono tornato dentro. Ho finito la birra. Ho chiuso il giornale.
Ma che cazzo… Ma come poteva essere successo? Un compagno come Mato… con i fasci?
Mi sono alzato per rimettere a posto i giornali. Da un tavolo vicino al grande frigo vintage, uno ragazzotto mi è venuto contro.
“Hey, perché non te ne vai a casa? Dammi retta, vattene a casa. Io so chi sei e cosa hai fatto. Credi che ho paura di te? Vattene”. Sono partito, l’ho steso.
Ma un altro mi è venuto addosso e poi un altro ancora che deve avermi spaccato una bottiglia in testa. Cristo. Poi, mentre ero a terra, mi hanno dato un calcio ai reni e uno in faccia.
Sarebbero andati avanti se non fosse arrivato Fiore.
Mi sono alzato. Sanguinavo. Sentivo quei bastardi urlarmi contro. Insulti, minacce.
Ho preso la porta e me ne sono andato.
Ero a piedi, camminare mi faceva male. Mi doveva aver rotto la mandibola, quello stronzo.
Lo so perché mi era già successo una volta, all’interrogatorio nella caserma di via Tolentino, la notte che mi avevano preso. Un carabiniere, con il calcio della pistola, mi aveva rotto la mandibola in due punti. Era lo stesso dolore.
Pensavo di andare a casa a prendere la macchina e poi via al pronto soccorso. Ma, arrivato in via Goldoni, a due metri dal mio portone, la Porsche del tizio mi è passata accanto, per fermarsi poco più avanti.
Mato è sceso veloce. Mi è venuto incontro, e io gli dico: “Oh Mato, guarda che mi è successo.” Ma lui ha tirato fuori la pistola dalla giacca e mi ha sparato.
Due colpi, uno al cuore e uno in testa. È così che sono morto.
*
Io ho sempre lavorato.
I miei erano di Potenza. Niente soldi. Da ragazzino stavo già in cantiere.
Poi il militare. E lì è cambiata la musica.
Ero bravo a sparare. Forte di braccia, mi disse il maresciallo. Così ho firmato.
Quasi subito mi hanno preso nei servizi. Quelli dell’esercito. I soldi non erano male. E politicamente... ci stavo.
A casa mia siamo sempre stati di destra. Mio nonno, i partigiani l’hanno ammazzato. Nel ’44, in Veneto.
A casa mia non si discuteva.
Mio padre era fiero di me. Per me, quella era la cosa più importante.
Così mi sono ritrovato a Milano. A fare l’infiltrato nell’estrema sinistra.
Prima alla Siemens, ma lì ormai era calato tutto.
Poi all’Ansaldo, in via Borgognone. Lì sì. Lì si sparava, si rubava.
Facevo quello che serviva. Il mio compito era capire dove giravano i soldi. Ma soprattutto le armi. Quelle che arrivavano dall’estero. Non era facile. Ma una volta ho inscenato un finto pestaggio. Un missino, l’avrebbero fatto fuori. Ci sono andato prima io. L’ho gonfiato un po’, ma era d’accordo anche il primario del Niguarda. Si è fatto un po’ di mesi in ospedale. Tutto finto.
Era salvo. E Io ne sono uscito bene. Un eroe. Per i miei. E pure per i comunisti.
Funzionava così all’epoca. Ora quello è onorevole da una vita.
Insomma il mio nome girava e sono entrato nei giri giusti, ho raccolto tante informazioni. Mi sono fatto la mia strada. Mi sono fatto la mia fortuna, diciamo.
Poi, quando è stato fatto l’arresto, sono stato in carcere qualche due mesi. Perché ero dietro a una faccenda di munizioni dalla Germania Est, e quello che di solito andava a prenderli in svizzera era pure lui dentro. Bisognava capire chi lo aveva sostituito, ma soprattutto dove tenevano le armi. Perché delle rapine io lo sapevo. I soldi stavano un po’ a casa di Ferretti, in via Lorenteggio, e un po’ in una cascina a San Vito. Ma a noi come esercito ci interessavano i rapporti con l’estero. Palestina, Libia. Queste cose qua.
Che devo dire, credo di aver fatto il mio dovere.
Sono uscite le cose su Gladio, i giornali, i servizi, tutto quanto.
Io mi sono stancato. Mio padre era morto, mia madre era sola.
Era cambiato tutto. Non me la sentivo più.
Mi sono congedato.
Ho cambiato nome, Matanno non esisteva più.
Da allora sono Andrea Ciotti, e con due soldi che avevo me ne sono andato ad abitare a Chiaravalle.
È un bel posto, Chiaravalle. E poi…
Poi sono arrivati gli islamici, e alcuni amici dei servizi mi hanno chiesto di dare una mano.
Da esterno. Per aiutare i ragazzi, spiegargli le cose. Insomma per formare i nuovi.
Come potevo dire di no? Gente per bene che ti viene a chiedere di aiutare il tuo Paese, tu che fai?
Fino alla notte scorsa. Casini. Tutto successi per caso. Il caso tante volte…
Non sto a spiegare tutto ma… la macchina rotta, il treno in ritardo, uno che non rispondeva al telefono, alla fine sono finito in quel locale. Un posto, che una volta, era pieno di autonomi.
Ero d’accordo che avrei aspettato lì qualcuno. Solo che mandarono Bernardi a portarmi un’auto, e Bernardi è un cretino. Con i cretini i problemi possono solo aumentare.
Comunque, incredibile, dentro il bar chi ci trovo? Uno di quei coglioni dei tempi andati. Uno di un gruppo che avevo infiltrato nel ’78-’79, e che faceva rapine e cose così.
Solo che mi ha riconosciuto. Non solo che lo becco dopo quaranta anni ma pure mi riconosce.
È venuto vicino e mi ha chiamato “Mato”. Come mi facevo chiamare all’epoca.
Non potevo rischiare. Ho visto che poi si è messo a discutere con della gente. Dentro al locale. L’hanno conciato per le feste. L’ho dovuto seguire. Che potevo fare?
Io sono Andrea Ciotti ora. Mato è morto. Tutti sanno che è morto in una rapina, nel bresciano. Dove cazzo ha vissuto quello coglione?
Comunque, gli ho dovuto sparare.
E qualcuno deve aver avvisato la polizia. O fatto la foto della targa con ‘sti cazzo di telefoni.
Al semaforo di viale Umbria già ci avevo una macchina dietro. Lampeggianti, sirena. Mi sono messo a correre avanti e indietro, e quelli con me.
Mi sono infilato in una stradina, dalle parti di Forlanini. Ho fatto scendere Bernardi. Poi ho preso la tangenziale.
Solo che mi hanno ribeccato, c’era anche l’elicottero. Li avevo tutti contro. Capito? Dopo una vita al servizio dello stato, a rischiare quello che ho rischiato io, vengono a cercarmi per aver stirato quel coglione.
Nessuno mi avrebbe aiutato. Quei tempi sono passati. Sarebbe stato un casino. Tirare in mezzo i servizi oggi, non è più automatico. Casino. Come avrebbero giustificato la cosa?
Ci ho provato. E in ogni caso li ho fatti penare. Andavo come un pazzo e quelli non mi stavano dietro.
Sono uscito a Cusago. Pensavo di andarmene per i campi.
Ma me li sono trovati davanti.
Dietro. Sopra. L’elicottero. Fine.
Sono uscito dall’auto con le mani in alto. Cercavo di farmi venire un’idea…
Quelli urlavano, urlavano. Tutti con le pistole puntate. Cazzo come urlavano.
A uno gli deve essere scappato un colpo.
Un buco nel petto, proprio qui, al centro.
Ed è così che sono morto.
*
Terminata l’audizione delle due anime, Minosse si levò, avvilito, dal trono di gesso al centro di Piazza Fontana.
Si fermò a scrutare la città dormiente. Fissò a lungo il profilo notturno delle guglie bianche. Insofferente, batté la coda sul selciato.
Urlò ai demoni di guardia di levarsi; disobbedienti, si erano appoggiati ai muri antichi e sonnecchiavano, scossi da incubi e bestemmie. L’alba era ancora lontana un paio d’ore.
Quante volte, qui, a Milano, gli era toccato giudicare morti come questi? Quanti ancora?
Sospirò.
Una nausea dolciastra gli salì dal ventre al palato.
Vide tutto il sangue esondato invadere le strade, gorgogliare negli scoli, impastarsi alla polvere
e infine scivolare nei condotti, e dai canali allo Stige e al Flegetonte, che muti scorrono sotto la città.
Guardò i due miserabili ancora ai ceppi.
L’insegna della Banca dell’Agricoltura. Le due lapidi per Pinelli ucciso.
Scosse il capo.
E imprecò.
Due telefonate
— Adesso torno. La polizia mi ha mollato adesso.
Cosa ti devo dire…
Dillo a me… oggi ho guadagnato un cazzo.
Ma te l’ho detto, sono qui al Fatebenefratelli.
Stamattina l’ho preso su. Che poi lo conoscevo, quello lì.
Non era la prima volta che lo portavo. Tante volte alla sera l’ho accompagnato a casa.
Un tipo strano. Non so… distinto…
Ma non lo so, era uno tutto profumato, elegante. Chi lo sa… boh.
E niente, c’era casino perché han tirato sotto una.
Eh, sì che è morta. Gli ha staccato la testa.
Un Suv.
Sai chi era? Quello delle mozzarelle. Il genero del Luigi.
Sì, esatto. È stato lui. Me l’han detto i colleghi.
Io ero lì, a fare l’attesa, e a un certo punto la gente urlava, il traffico è impazzito.
E lui mi ha fatto segno.
Era tranquillo.
Ma sì, ti dico che era tranquillo.
No, domani vado a vedere l’Inter. Te l’avevo detto. Vado col Robi.
Il Robi sa che la Giulia viene lei a bere il caffè.
Si vede che la Giulia vuole stare con sua suocera, che ne so.
Sì. Va bene. A pranzo?
Va bene. Ma come sta?
Eh, lo so… mi spiace, porca bestia.
Ha già cominciato le chemio?
E lo so… ma tua sorella è forte, dai.
Ti dico che ne viene fuori.
Lo so che sei preoccupata. Ma ci ha un bel temperamento.
Ora le stai vicino. Quelle robe là sono passate.
Ti ho detto che sono passate. Lei divorziava, te avevi i casini, e Roberto era piccolo, dai..
Non se le ricorda nemmeno più. Sei te che ci pensi…
Te lo dico io: se ci pensava, da un mese ha smesso.
Adesso ha altro per la testa.
Domenica stiamo con lei, le facciamo compagnia.
Non ti preoccupare.
Sì, adesso arrivo.
E cosa vuoi che ti dica… se è morto, è morto.
Un infarto, mi han detto.
L’ho portato in ufficio e quando mi fermo, gli dico il prezzo… Oh, non parlava, non si muoveva.
Sono sceso. Sono andato dietro. Era fermo.
Sono corso all’ospedale.
E sono ancora qui.
E lo so…
Ma sì, era giovane. Ma chissà che vita fanno, questi qui.
Comunque sto arrivando.
Vado a prendere il taxi al parcheggio e arrivo.
Per forza.
Ciao. Ciao.
.
— Ehi amore, come stai? Hai dolore?
Hai preso le medicine che ti ha dato?
No no, guarda che ero lì anch’io…
Ha detto che puoi prenderle.
Fai la brava, dai.
Vedrai che la superiamo assieme, sta roba.
Sei una roccia, sei.
Sì, ne sono sicuro. Perché ti conosco.
E ti voglio bene per questo.
Lo so… lo so…
Ma cosa pensi? Ma va… certo che ti rimetti.
Ma certo.
Oggi ho avuto un casino. Domani ti racconto.
Passo dopo lo stadio, va bene?
Sì, certo. Ora riposati.
Viene la Francesca?
Bene.
Vedrai che stare con tua figlia ti farà bene.
Ma lei viene per stare con sua mamma. Non per fare visita a una malata.
Viene anche lei da noi domenica?
Se no vengo a prenderti io.
Tua sorella ti farà mangiare bene, vedrai.
Sai come è fatta. Ti coccola come può.
Hai me, lo sai.
Tu sei la mia vita.
Eh, non hai fame, non hai fame. Devi sforzarti un po’.
O dove le trovi le forze per guarire?
Dai… prendi le medicine adesso.
È arrivata?
Va bene, vai.
Ciao.
Ti amo anche io.
Ciao.
Un giorno come un altro
Si era già fatto buio. Il bel tempo era ormai andato. Lontano.
Dai finestrini opachi di pioggia e vernice spray, Maria poteva indovinare i negozi già chiusi.
Come ogni giorno, arrivò l’insegna luminosa del Kebab, poi il rosso del ristorante cinese e infine le bandierine dell’alimentare moldavo.
Una fermata ancora, poi casa. Dopo nove ore in Corso Venezia, e tre fra bus e metrò.
Le vetrine, i pavimenti, i bagni, gli uffici.
I cestini.
Il vetro, la plastica, il cartone.
E ancora i pavimenti.
Di nuovo i bagni.
Poi il locale per i corrieri, dove la notte prima qualcuno aveva dormito. E si era liberato.
C’è sempre qualcuno che sta peggio, pensò.
Pulsante rosso. Campanella. Le porte dell'autobus si aprirono con un insolito sbuffo.
Le ricordarono una delle sorelle del suo patrigno, in Perù.
La zia Maritza, insofferente a tutto, costretta a tutto, anche mangiare e respirare.
Sorrise.
Aprì la porta di casa: la dolce luce della cucina, l’odore delle camote bollite, i giochi sparsi sul pavimento.
Luz le venne incontro, sibilando come un serpente: “Duerme.”
Maria la ringraziò. L’anziana signora sembrava volerle dire qualcosa, ma si dominò.
Si salutarono. La porta, chiudendosi, schioccò.
“Luz!” La voce di Jose, in piedi, gli occhi semichiusi. “Luz, non andare via!”
“Mamà està aquì” disse Maria abbracciandolo. “Voglio Luz! Vai via tu!”
Dal letto, afforcato nella piccola stanza fra il buio e il sussurro luminoso di un lampione, Maria osservava il cielo nero. Jose le dormiva accanto con le guance ancora di pianto e disperazione.
Diego non sarebbe mai arrivato. Erano tutte bugie. Dopo quasi un anno Maria riusciva finalmente a dirselo. Diego non l’avrebbe mai raggiunta in Italia.
Diede le spalle al piccolo sdraiandosi sul fianco. Prese il telefono. Aprì il profilo Facebook del marito.
A Barranca era quasi estate.
Doveva essere stata una giornata divertente, birra, amici. Donne prima mai viste.
Appoggiò il cellulare sul pavimento.
Si sentì come una nuvola spinta fuori dall’orbita della Terra.
Allungò il braccio all’indietro. Cercò Jose fra le lenzuola. Sotto le sue dita sentì la sua maglietta. Cercò la sua mano.
Riconobbe nella gola il richiamo della sete. Ricordò il suono di un rubinetto a casa di suo padre. Era come un lamento.
E la sua mano crollò sulla schiena di Jose.
Poi tutto fu della gravità.
Emily
L’appuntamento era in via Orobia, tra i resti di durissime fabbriche, ora atelier e case di moda. Il solito servizio fotografico nella Milano che reinventa i suoi spazi. Il vespaio era pronto: led, ombrello parabolico bianco, assistenti e caffè. Emily uscì dal camper per posare. Non era in forma. Forse l’alcol della sera prima. Forse la casa vuota. Le tornò alla mente il fruscio dei coltelli che il nonno sfregava uno contro l’altro. Sentiva le costole sotto pelle fare lo stesso rumore. Già durante il trucco si sentì così lontana — dio mio, così lontana — che la sua immagine riflessa non le sembrò più sua.
Si può iniziare mettendo la colla di pesce in acqua fredda. Andrà poi strizzata e aggiunta allo sciroppo di glucosio scaldato con acqua.
«Due passi più a destra... Guarda verso l’alto... Tieni le braccia dietro... Sorridi...» Le spuntarono le lacrime. «No, no... Ma che fai? Si può sapere che succede?» Il fotografo si lamentò. Si dovette sospendere.
Lo zucchero a velo va setacciato, aggiunto al glucosio e alla glicerina e impastato fino al completo amalgama.
Emily chiese scusa. Ma non sapeva perché. Giurò che non era successo nulla, senza riuscire a fermare il pianto. La mandarono a fare due passi. Il giro dell’isolato le avrebbe fatto bene.
Poi, su un ripiano ricoperto da zucchero a velo, si lavorerà il composto fino a renderlo liscio e perfettamente omogeneo.
Emily non capiva l’angoscia che le premeva dentro. Camminando lungo il muro della vecchia fabbrica, le tornò in mente la corda senza nodo. E il legno spezzato. Aveva fatto uno strano sogno. Provò a chiamare sua madre, a Oxwich. Mandò un vocale ad Adèle, la coinquilina, tornata ad Amsterdam per finire il liceo. Cercò qualcosa da afferrare: pensò ai compagni lasciati, al paesaggio del Galles dalla finestra della scuola. Alla sorellina, Allison. A Tesni, la vicina, e a suo marito che non saluta mai.
La pasta di zucchero, malleabile, liscia e bianca, si potrà modellare con facilità assecondando le proprie esigenze.
Era quasi arrivata alla ferrovia quando sentì una voce. Si voltò. Nessuno. «Sono qui», disse qualcuno da sotto. Guardò in basso, attraverso una grata lunga e stretta, che tagliava il marciapiede. Un bambino, sei o sette metri più in giù, le sorrideva dal fondo. «Oh mio Dio! Che cosa ti è successo? Stai bene? Non ti muovere, chiamo aiuto!»
«No, no, va tutto bene. Non devi chiamare nessuno.»
«Ma che ci fai lì? Ti sei fatto male?»
«Tira su la grata. Si può. C’è una scaletta. È facile. Dai, vieni.»
Emily guardò in fondo alla strada. Un’automobile si stava mettendo in moto. Si sbracciò, urlò. Ma fu inutile. L’auto partì e sparì.
«Ma che fai?» chiese il bambino. «Di che hai paura?»
«Vengo a prenderti», disse Emily, afferrando e sollevando la grata.
Un piede, poi l’altro. Ben stretta alle sbarre quasi verticali, scese metro dopo metro.
«Che fai qui sotto?» chiese Emily.
«E tu che ci facevi in giro invece di andare a scuola?»
«Per quest’anno non ci vado a scuola.»
«Oggi nemmeno io.»
Si prenderà una porzione dell’impasto per forgiare il busto e la gonna sottostante. Occorre fare attenzione alle proporzioni e alla quantità di pasta utilizzata.
«Come ti chiami?»
«Chicco. E tu?»
«Emily.»
«Non sei di qui.»
«No, vengo dal Galles.»
«E dov’è il Galles? Lontano?»
«Un pochino.»
«Io sto qui. Vuoi venire a vedere?»
«Andiamo fuori e chiamiamo i tuoi genitori.»
Chicco rise. «Ma no, i miei genitori non sono su con voi. Sono qui sotto. Viviamo tutti qui sotto.»
«In che senso, qui sotto?»
«Certo, viviamo tutti qui. C’è tutto, cosa credi? Anche la chiesa, la scuola. Ma io mi annoio, e ogni tanto salto.»
«Vivete qui sotto?»
«Non si sta mica male.»
Emily non riusciva a crederci. «E quante persone vivono qui sotto?»
«Ah… non le ho contate. Tantissime. Ti dico quelle che conosco io: la maestra, il parrucchiere che è amico di papà, il giornalaio, quello del bar, il signore che ci apre il campetto da calcio, i miei amici…»
«E non uscite mai?»
«Non possiamo. La mamma dice di non farci ingannare da quelli che vivono su. Dice che siete cattivi, che fate male alle persone.»
«No… io non sono cattiva. Non voglio farti del male.»
«Lo so, si capisce. Ma comunque stiamo nella nostra parte di città. Ti faccio vedere. Dai, fammi compagnia.»
Emily, che non ricordava più di aver avuto sul cuore le colpe del mondo, acconsentì ad accompagnare Chicco. Anche se solo per qualche minuto.
Dopo pochi passi si aprì uno slargo. I tavolini di un bar affollato. Le vetrine di un negozio di abiti.
Una bancarella di scarpe. Una piccola libreria.
«Voi vivete qui?»
«Certo», rispose Chicco.
«Questa è solo una piazzetta. Ma la città è grande. Come quella su. Si può anche andare in altre città.
A trovare i cugini. Lo zio. Magari anche tu hai uno zio, no?»
Emily non riusciva a crederci. Aveva letto la Lonely Planet. Studiato un po’ di italiano.
L’agenzia aveva persino organizzato un tour per lei e sua madre.
Perché nessuno le aveva detto nulla?
«Chicco… ma perché nessuno parla di questi quartieri sotterranei?»
Chicco la guardò serio. «La mamma dice che siamo invisibili per voi. Che contiamo così poco che non ci vedete nemmeno. E anche mio papà dice che per voi noi non esistiamo. Che fate di tutto per tenerci lontani. E non volete ricordarvi che ci siamo anche noi.»
Emily pensò di aver fatto sfilate ovunque: chiese sconsacrate, capannoni, musei. Perché non lì, in una piazza come quella?
Poi il campanile della città sotterranea rintoccò il mezzogiorno. Emily sussultò.
«Mio Dio, devo tornare al lavoro! Saranno impazziti per il ritardo. Non bastava quello che aveva combinato al mattino. Chicco, devo andare!»
«Non andare», disse lui, preoccupato.
«Mi staranno aspettando. Sarà successo un guaio, vedrai. Torno presto a trovarti.»
Corse via.
Chicco non disse nulla. La guardò con una smorfia triste. Scosse la testa. E se ne andò, attraversando la piazza.
La produzione la cercò fin dal primo pomeriggio.
La sera avvisarono la polizia. E la famiglia, nel Regno Unito.
I genitori si precipitarono a Milano.
Dopo ventiquattr’ore, i collaboratori dello studio organizzarono una ricerca nei quartieri a sud.
Una volta terminata, la vostra bambolina di zucchero potrà essere esposta in cucina o usata per rendere preziose le vostre creazioni.
Andrà tenuta al riparo da fonti di calore.
Dopo qualche giorno, l’allarme si perse.
Troppe le notizie della borsa, e gli eventi imperdibili della settimana della moda.
Nessuno parlò più di Emily. Solo i suoi genitori, su una pagina social dedicata.
Fu un clandestino, in cerca di riparo, a dare l’allarme.
Piombò su un’auto della polizia, in un incrocio di Viale Ortles. Indicò una vecchia fabbrica.
Mostrò una breccia nel muro di cinta. Il cortile smangiato, i vetri rotti, le erbacce.
Resti di fuochi. Spazzatura.
Li condusse a quel che restava di una ragazzina dai capelli rossi e la pelle bianchissima.
Le gote color pastello si erano già stemperate sul cemento.
Una borsetta deforme affondava tra le mani molli.
Al sole.
Tra le accaldate rovine di uno stabilimento abbandonato, in zona Ripamonti.
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