Di te mi è rimasto il vocabolario di latino
di ingiallite parole e polverose,
nel quale ogni giorno, madre, il tuo silenzio scavo.
E con le mani poi la tua voce ricompongo
e stringo affinché mai più s’asciughi.
In quanto dolore m’hai seppellito se dopo anni
e anni le mie unghie spezzo l’aria afferrando?
Mi sarei innamorato di te
ma non posso. Ho il cuore
scavato già fino all’osso, e il tempo
non è più amico. Il corvo
ha nei tuoni annerito anche il verso,
non più di un sibilo forse ma chi
saprebbe riconoscerlo?
Si infrange in te l’unisono,
il sincrono, il sentiero ricercato
per una vita, ed ora mi riperdo
e annaspo in ciò che è colmo
e fra le carcasse e le bacche letali
del pensarsi tangibili in un senso.
Amarti sarebbe stato come vivere
per sempre, ma non posso.
Come amare la morte
che qui accanto riposa, sentinella
vinta di noia, stesa
nella polvere serena. E ti sogna.
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